Tempi passati

IL MATERASSAIO

 

 

“Nonna, guarda questa piumetta che sta volando!….”

“Davvero Tatina, mi sembra uno di quei fiocchetti di lana che volavano in casa mia quando veniva il materassaio!”

“Il materassaio? Chi è, nonna?”

“Vieni che te lo racconto….”

Quando la tua nonna era piccola non c’erano ancora i materassi a molle. Sui nostri letti c’erano due materassi: uno era di crine e serviva per l’estate, l’altro di lana per l’inverno. Si spostavano, uno sotto e l’altro sopra, a seconda della stagione.

Non ho mai capito di cosa fosse fatto quello di crine, mi ricordo solo che ogni tanto si sentiva qualcosa che bucava un po’ quando ci capitavi sopra…

Quello di lana, invece, ha tutta una storia.

Verso la fine dell’inverno si chiamava il materassaio. Il giorno fissato dovevamo alzarci prestissimo perché bisognava levare i materassi dai letti. Le porte delle camere venivano chiuse e i buchi delle serrature coperti con il cerotto perché non passasse la polvere.

Il materassaio, sempre lo stesso – il “sor Gianni” –  arrivava presto. Aveva con sé una valigia con i rotoli di spago fine, gli aghi per cucire – ma non come quelli che si usano di solito, erano aghi grossi, lunghi almeno dieci centimetri, con un foro grande per passarci lo spago. La cosa più “affascinante” per i miei occhi di bambina era lo strano sgabello che aveva: lo sgabello aveva davanti un piano obliquo tutto pieno di lunghi chiodi con la punta ricurva,  girati verso l’alto. Inoltre c’era una specie di spazzola con gli stessi chiodi, che il materassaio impugnava per mezzo di una maniglia.

Questi i suoi attrezzi di lavoro:

Mamma, intanto, aveva cucito i “gusci” nuovi…. Dei grandi sacchi di stoffa “da materassi”.

E cominciava il rito….

Il sor Gianni si sistemava nell’ingresso, che era abbastanza grande, apriva il primo materasso e lo vuotava. La lana si ammucchiava vicino al suo sgabello: erano bioccolini infeltriti, duri….

Si sedeva e con gesti pacati ne prendeva una bracciata a la metteva sui chiodi, poi con la spazzola cominciava ad andare avanti e indietro, lentamente. Potevi mettere il metronomo tanto era regolare il suo gesto…

Piano piano quei ciuffetti duri di lana acquistavano vita, si aprivano, si allargavano, diventavano bianchi e gonfi come piume. Quando gli sembravano “giusti”, Gianni li spingeva dall’altra parte dello sgabello (perché non si mescolassero con la lana vecchia)….. e così via via finchè non era finita tutta la lana.

A quel punto prendeva il guscio nuovo e lo riempiva. Poi preparava l’ago con lo spago e sotto  la sua mano sapiente il materasso prendeva forma: le due impunture intorno che lo facevano diventare un bel rettangolo e – per ultime – quelle fossettine ordinate nel centro, come ci sono anche ora…

Uno alla volta, andava via tutta la giornata. Lui si interrompeva solo per mangiare un boccone con noi e poi riprendeva il suo lavoro.

Finito il lavoro i materassi venivano rimessi sulle brandine….. erano raddoppiati di volume, gonfi e soffici….

Andare a letto era un divertimento…. A me che ero piccoletta dovevano dare una mano!!!

Alla fine toccava ripulire…..ah, se ci fosse stato l’aspirapolvere!!!! Nonostante tutti gli accorgimenti  un po’ di laniccio era entrato in tutte le camere!

Tutti a pulire, allora…. E poi a nanna!

  1. Fausta, quando ero piccola, mi facevano fare quel lavoro "scardare" la lana dei materassi. Seduta alla seggiolina, la nonna raccontava storie. Alla fine ero tutta un prurito.
    Poi, mia zia e mia mamma riempivano il materasso. La cosa che mi piaceva di più era la trapuntatura, con le fettucce. Bisognava fare forza e schiacciare il materasso, in quel punto (come in una scacchiera) tirare e fare il nodo.
    Bellissimo!

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