11 gennaio – parte 2^

 

 

11 gennaio – ancora Fabrizio

parte 2^

 

Poiché non mi è stato possibile creare il collegamento con il testo completo dello studio, inviato dall’Orto Botanico, ho ripreso dai miei appunti quello che mi sembrava più interessante, tralasciando le statistiche e tutte le notizie specifiche riguardanti le varie piante. Se qualcuno è interessato a leggere il testo completo posso mandarlo via mail.

 

Nelle canzoni di De André le piante compaiono 81 volte. 44 sono le specie citate, appartenenti a 29 diverse famiglie botaniche.

La specie più presente è la rosa, citata ben 13 volte. Segue il grano con 6 citazioni; poi mela e mimosa con quattro citazioni ciascuna, ciliegio, giglio, ortica e quercia con tre; arancio, cisto, fragola, sughera, viola con due; e infine altre 28 piante, citate una sola volta.

La rosa è la pianta dominante in questa flora di canzoni.

E’ una pianta che viene citata in qualsiasi raccolta di poesie, proverbi, canzoni, racconti, preghiere – per non parlare delle opere di arte figurativa – espressi nell’ambito delle civiltà mediterranee.

Coltivata fin dall’antichità come pianta da ornamento, medicinale e da profumo, la rosa accompagna da sempre la vita dei popoli di questa parte di mondo. I suoi fiori belli e intensamente profumati (e ancor più nelle varietà coltivate in passato), ma di breve durata e accompagnati da spine, ne fanno la pianta simbolica per eccellenza. La rosa è metafora della bellezza, del piacere, dell’amore carnale e del sesso; ma anche del sangue, della caducità delle cose belle della vita e della sofferenza a cui spesso queste sono legate.

Anche Il grano, è, insieme col pane che se ne ricava, simbolo del nutrimento e più in generale del sostentamento materiale della vita. Il grano è ricchezza e sazietà, ma anche frutto del lavoro e del sudore, prodotto della terra e della fatica dell’uomo. Nelle canzoni di De André questa ricchezza di significato simbolico resta un po’ sullo sfondo, mentre campi di grano compaiono più volte in vari ruoli: campi che accolgono soldati morenti, si inchinano al passaggio di re, o anche somigliano a un’umanità tenuta d’occhio dalla Morte. Ma di grano sono anche i biondi capelli della primavera, che è metafora dell’amore e della giovinezza con la loro dilagante, inarrestabile forza.

A proposito del grano c’è una curiosità sul testo della canzone di Carlo Martello.

Nella canzone che racconta l’inglorioso episodio di cui è protagonista Carlo Martello al ritorno da Poitiers, compare il glicine. Si tratta di un episodio inventato (ma non certo inverosimile) e tuttavia ambientato in un’epoca in cui il glicine non era ancora conosciuto in Europa. La vegetazione in cui Carlo fugge è alquanto improbabile, non fatta di normali alberi e cespugli spontanei, ma di glicine e sambuco,

Stando a quanto raccontato da Paolo Villaggio, autore con De André del testo, quelle due piante non erano presenti nella versione originale della canzone e sono comparse per esigenze di metrica e rima in seguito a un cambiamento di testo dovuto a censura. Ha detto Villaggio in un’intervista :“Qualcuno  notò questa strana filastrocca che sbeffeggiava il potente re dei Franchi: fu un pretore, mi pare di Catania, che ci querelò perché la considerava immorale soprattutto per quel verso: “E’ mai possibile, o porco di un cane, che le avventure in codesto reame debban risolversi tutte con grandi p….’. E pensare che noi eravamo già stati censurati e avevamo dovuto trasformare il verso finale che in originale suonava: ‘frustando il cavallo come un mulo, quella gran faccia da c…’ con: ‘frustando il cavallo come un ciuco, tra il glicine e il sambuco…’.

 Ma a parte questo e pochi altri casi, le canzoni di De André sono popolate soprattutto di piante spontanee o di antichissima introduzione, piante ben conosciute, familiari, parte di un paesaggio consueto e segnato dal millenario intervento dell’uomo.

I brevi accenni a sughere, cisti, rosmarino, mirto riescono a evocare con immediatezza il paesaggio sardo. Invece le piante mediterranee non sono presenti nelle tante canzoni ambientate nella sua terra natale, la Liguria. perchè sono canzoni piene di vicende e di personaggi (prostitute, ubriachi e ogni genere di marginali), più che di paesaggi naturali.

Fabrizio non è stato un cantore delle piante, e neppure della natura in generale. Nelle sue canzoni, piene piuttosto di persone e di storie, fiori e piante compaiono a evocare un paesaggio, una stagione, una storia; o più spesso, come avviene in genere nella poesia, per il loro valore come metafore e simboli. Metafore di sentimenti, di caratteri, di tratti del volto o della persona, di aspetti della vita.

Un esempio facile è la canzone “Bocca di rosa” in cui è nominata la rosa, ma per simboleggiare l’amore che la ragazza donava.

 

Forse le piante di De André ci raccontano questo: che i versi di questo cantore anarchico e insofferente delle regole e delle tradizioni sono colmi di immagini, simboli e sentimenti antichi, legati a una cultura tramandata da millenni e per questo tanto vicini al cuore di tutti.

 

  1. ciao Fausta, non avevo letto di questo intervento, nemmeno quello di prima, ma mi fermo a commentare questo, certo che De Andre’ è stato censuratissimo sempre eh? oggi quei testi fanno ridere al confronto di quelli attuali!bello questo modo di ricordare fabrizio, se vuoi e ti va mandami la mail, mi piace imparare sempre cose nuove.

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