In viaggio con Aurora

Un nonno e la nipote.

Mi sembra una cucina perché c’è un tavolo di legno, con su una caraffa e due bicchieri, e quattro sedie impagliate.

E’ sera perché la luce è accesa e chiude i due in un alone. Unica “suppellettile” è una chitarra..E il nonno racconta la sua vita.

E poiché il nonno si chiama Erri De Luca, la sua narrazione è fatta di ‘storie’.

La storia inizia da Napoli che è la città dove è nato e che ha lasciato e di cui  parla con tenerezza,  dice “vengo da quei luoghi e da quella lingua che è la mia lingua madre». Parla di emigranti, di Lotta continua, di prigione, di quando guidava i camion che portavano aiuti in Bosnia. Parla di ebrei e di come ha imparato l’yiddish “per andare contro la storia che non ha potuto annientare un popolo, ma lo ha fatto con la sua lingua”.

Storie che passano attraverso i suoi libri e il teatro, dentro i versi di una poesia, dentro la musica di una canzone e la musica entra sul palcoscenico con lo struggente suono di un violino che a volte accompagna la chitarra, a volte segna il passaggio tra una storia e l’altra. Nella narrazione le storie sembrano prendere vita, cariche di emozioni e di umanità. Erri non recita, “narra” col suo linguaggio scarno e pieno di pudore ma anche schietto: non nasconde il suo pensiero ma nel suo raccontare non c’è né risentimento né critica feroce.

Erri racconta, qualche volta è Aurora che legge, insieme le voci si ritrovano nelle canzoni.

 Uno spettacolo che lascia il segno, che non si può mettere subito da parte per dedicarsi ad altre cose….richiede riflessione e silenzio…..

Avrei voluto che ricominciasse da capo per riascoltare quei racconti che non sono sui libri…la meravigliosa poesia di Izet Saraijlic, che Erri ha musicato

Degli altri ne ho trovato solo uno sul web, uno dei più belli..…ascoltando mi sembrava di essere lì a partecipare alla scena.

La voglio conservare qui. Scusatemi se allungo tanto il post,  ma provate a leggere……


Il prigioniero Ante di Erri De Luca

Per Ante era una finestrella, sbarrata da una tavola di legno, l’unica presa d’aria della cella.

L’uomo si abitua all’ombra.

A mezzogiorno, in piedi sulla branda, si allunga la fessura della luce: meno di un rigo, un verso, breve, passa sulle palpebre degli occhi.

C’è un nodo nel legno, e lui tocca con l’unghia e con il tempo, con la punta dell’unghia e del tempo: all’uomo serve un gioco, nella cella.

Un giorno il nodo cede; pregato dall’unghia, l’amica del tempo, che ricresce ogni giorno, il nodo cede. Si toglie come un tappo di bottiglia, e nel suo collo passa uno zampillo di luce, dritta, liscia, s’allarga a terra. Allaga il pavimento.

Il prigioniero Ante si mette scalzo, ci si bagna i piedi. E’ un anno che non esce di cella: niente cortile, aria. Un anno che la porta è uguale al muro, che la porta non porta da nessuna parte. Un anno.

Strizza gli occhi. Il sole dentro il buco è un’arancia, tonda, nella mano.

I piedi si strofinano fra loro: sono due bambini, la prima volta al mare. I piedi di Ante Zemljar.

Ante Zemljar, comandante di molti partigiani, congedato col merito della vittoria in guerra, e adesso chiuso dagli stessi compagni suoi: nemico della patria.

Nemico.

Lui, che l’ha agguantata al collo, l’ha scrollata dagli eserciti invasori fiume per fiume, dalla Neretva alla Drina, coi calci della fame, senza nemmeno portar via una cipolla a un contadino, perché così è la guerra partigiana.

Nemico. Lui.

L’hanno tolto da casa. Da Sonia, di due anni, che sa gridare già “Lasciate il mio papà!”

Adesso, sì, voi siete i suoi nemici.

Ante sa le percosse.

Sa che un pugno da destra lascia sangue sul muro di sinistra e viceversa, un pugno dritto in faccia lascia sangue a terra. Ma c’è la novità: qui le botte riescono a lasciare il sangue sul soffitto. C’è da imparare sempre circa le vie del sangue, e dei colpi ingegnosi dei gendarmi.

Ante conserva il nodo. Lo rimette nel legno. La guardia non saprà. Il sole non è spia, s’infila svelto e poi non lascia impronta. Pure se perquisisce, la guardia non può dire “Qui c’è stato il sole, sento il suo odore!” Il sole non è un topo. Pure se ne finisce molto in una cella, nessuno si accorge che fuori manca un raggio, che la conduttura del sole ha un buco, che perde luce da un nodo di legno.

Ancora un po’ di mesi, poi glielo daranno il sole, tutto in una volta, sulla schiena, peggio dei colpi di bastonatura. Sopra l’isola nuda, a spaccar pietre, Ante.

Il prigioniero Ante.

Ha conservato il nodo. Qualche volta, lontano dalla guardia, lo punta contro il sole, e si procura un’ombra sempre all’isola nuda, a spaccar pietre bianche e poi gettarle in mare. Adriatico. Perché la pena è pura, non ha valore pratico. E il mare non si riempirà.

[Il poeta comandante Ante Zemljar muore la notte di domenica del 1° agosto 2004 nella sua casa, all’età di 82 anni, dopo aver vissuto in patria come un esule, per 35 anni sotto lo sguardo vigile della polizia titina, e per 5 interminabili anni nel feroce lager jugoslavo di Goli Otok, l'”isola calva”.]

  1. Avrei voluto essere li con te ad ascoltarlo e mi hai trasmesso con tuo post la tua emozione solo un grande scrittore e un grande uomo può lasciare un segno così profondo scavare dentro l’anima. Ha scavato il nodo per lasciare entrare un raggio di sole anche in noi Ciao dolce e cara Fausta buona giornata

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  2. Ho partecipato ad un reading di Marco Paolini e la lettura di Il prigioniero Ante mi ha fatto piangere e rabbrividire. De Luca è un grande scrittore che ci fa percepire le più sottili percezioni dell’animo umano.
    Ti mando un augurio per una bella giornata, cara

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  3. Meraviglioso questo psot.
    Me lo ero persa.
    Bellissimo davvero.
    Quanto cose terribili succedono nel nome della libertà, del tradimento…
    che mondo pazzo…che pazzo mondo
    Grazie per queste belle parole

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