Sapori e profumi livornesi

Quando d’estate le finestre sono aperte, verso metà pomeriggio dalla pizzeria sotto casa mi arrivano odori che stuzzicano le papille gustative e mi fanno venire voglia di qualcosa d’appetitoso.

Così qualche giorno fa ho chiesto se mi portavano un “5 e 5” con la melanzana e la sua immancabile bottiglina di spuma bionda.

Dopo il cacciucco credo che il 5 è 5 sia il piatto più consueto a Livorno, semplice, gustoso, veloce: un panino (dovrebbe essere il bolognesino ma io preferisco la schiacciatina più morbida) una fetta di torta di ceci (guai a chiamarla cecina se non vuoi essere più o meno gentilmente accompagnato fuori del negozio) una o due fette di melanzane sotto pesto (che col pesto ligure non hanno niente a che fare) e la spuma bionda… e ti senti un signore!

“5 e 5”, “cacciucco (con 5 c) …

…quanti nomi strani… ne cerco altri.

Al mattino, dopo un cappuccino a vela con pane, marmellata e burro

ti possono portare un frate caldo caldo, tutto zuccheroso…

A pranzo un antipastino di “acciughe alla po’era”

un cacciucco che lo mangi con gli occhi, le mani, la bocca e il cuore,

con un contorno di melanzane sotto pesto

o di scagliozzi

E per finire come dolce a novembre un “fruttino”

o – sotto Pasqua – le “sportelline”

per chiuder in bellezza con un bel “ponce” a vela, con la sua fettina di limone…

Io inizio il mio panino…buon appetito!

Ricordi

Nella casa dove sono nata e ho vissuto per quasi ventisette anni c’era un corridoio di 11 metri, sul quale si affacciavano le porte di tutte le stanze.

Poco dopo l’ingresso, nel punto in cui si incrociavano i muri maestri c’era una rientranza, un angolo. Lì c’era una seggiolina impagliata e accanto una consolle con sopra un leone, pezzo storico di famiglia, di imprecisato materiale tanti erano i segni della vecchiaia

gli elenchi del telefono e un piattino con le monetine che servivano per l’ascensore

Attaccato al muro c’era il telefono nero

Sotto al telefono un quadretto, una immagine del Cuore di Gesù al quale papà aveva fatto una cornicetta di legno dipinto.

Quell’angolo ha per me un significato molto forte e particolare.

Negli anni della guerra, quando l’urlo sinistro delle sirene (una era proprio sul palazzo di fronte al nostro) avvisava del prossimo bombardamento tutti scappavano verso i ricoveri. Mamma non se la sentiva di correre in strada in quella confusione: era sola con tre bambine piccole – papà era al di là delle linee nemiche – per cui il nostro riparo era quell’angolo dove il muro maestro era la nostra protezione.

Mamma si sedeva con me che ero la più piccola in braccio e le sorelline stavano accanto, tutte strette per cercare di vincere la paura.

E in quel posto, in quel frastuono, io che tremavo, presi in mano il quadretto e senza volere riuscii a far sorridere mamma e le sorelline “Vedi mamma, guarda come trema Gesù, ha paura anche lui!!!”

Quel quadretto mi ha seguito in tutti gli spostamenti e continua a proteggere la mia casa…

La leggenda di San Valentino

Sabino, era un giovane centurione romano che s’innamorò di Serapia, una ragazza di religione cristiana. I due giovani decisero di sposarsi ma la famiglia di Serapia negò il consenso. I due ragazzi si rivolsero dunque al Vescovo Valentino. Sabino però non essendo battezzato per amore di Serapia accettò subito compensare la mancanza con il sacramento impartito da Valentino. Iniziarono allora i preparativi per festeggiare il battesimo di Sabino e le imminenti nozze. I due ragazzi erano molto felici per l’imminente avvenimento, ma Serapia contrasse una grave malattia. La ragazza fu colpita da una grave forma di tisi e si aggravò fino ad essere vicina alla fine. Sabino, disperato, chiese subito a Valentino di essere battezzato al più presto e di unirlo in matrimonio con Serapia prima che lei morisse. Valentino, commosso, battezzò il giovane e lo unì in matrimonio al capezzale di Serapia. La leggenda vuole che quando Valentino alzò le mani al cielo per benedire la loro unione, un improvviso sonno beatificante avvolgesse i due giovani per l’eternità.

Oggi è la festa degli innamorati…tutti, di ogni persona che ama!

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Quel che affidiamo al vento

Io non sono una grande amante della televisione, sono pochissimi i programmi che guardo volentieri: il primo nella lista è “Le parole della settimana” di Massimo Gramellini, il sabato su Rai 3.

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È un programma intelligente e garbato, ove si prende spunto dalle parole “chiave” della settimana, insieme a molti e variegati ospiti, per raccontare e commentare i fatti della vita.

Sabato scorso Gramellini ha presentato Laura Imai Messina, autrice di un libro dal titolo “Quel che affidiamo al vento”.

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Quello che ho ascoltato mi ha intrigato al punto che ho subito comperato il libro e mi è venuta voglia di parlarne qui sul blog.

Si parla di un luogo chiamato Kaze-no-Denwa che è in Giappone. La scrittrice è stata sul luogo quindi ne parla con cognizione di causa.

* * * *

Nel suo giardino chiamato Bell Gardia, Itaru Sasaki aveva costruito nel 2010 una cabina per parlare col suo cugino morto.

Dopo il terremoto che ha scosso con estrema violenza la terra a Otsuchi, Iwate. – nordest del Giappone nel 2011, un’onda impressionante, un terribile tsunami si avventa contro la costa distruggendo tutto, portando via case alberi persone, lasciando una scia di desolazione…

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Rimane quella cabina dai vetri trasparenti, un telefono nero collegato col nulla e un quaderno: dopo quella tragedia i sopravvissuti hanno cominciato ad andare per parlare con le persone che avevano perduto la vita, con la speranza di continuare un colloquio interrotto, dire quelle cose che non c’era stato tempo di dire, per alleviare un po’ il dolore della perdita.

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Non bisogna inserire monete o gettoni. Si può anche solo ascoltare. Il rumore del vento, i propri ricordi, il suono della natura. Oppure si parla di sé, con sé, o con chi non c’è più.

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Non ci sono indicazioni per arrivarci e quella ricerca del sentiero tra le piante e gli alberi, quel magico silenzio, crea un’onda di pace che allevia il dolore, nonostante la consapevolezza di un’assenza, di un vuoto che niente potrà mai riempire.

Sono tantissime le persone, da ogni parte del mondo, che si avviano su quella collina

Ora anche in Italia c’è un telefono del vento: in Liguria, sul Monte Beigua, al Rifugio Pratorotondo.

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Appeso sul tronco di un albero c‘è un telefono su cui è scritto: “questo telefono non collegato trasporta le voci nel vento”.

È li e aspetta chi vuole lasciare al vento le parole che vorrebbe dire a chi non c’è più…

Basta alzare la cornetta…

02/02/2020 – Ricordi

2 febbraio, la Candelora, festa della luce!

Ricordo l’allegro battibecco tra mia suocera e me: lo rifarei volentieri… chissà, forse anche la Bruna sorride per questo.. 

A Roma si dice: Candelora Candelora, de l’inverno semo fora, ma se piove o tira vento de l’inverno semo drento!

Nella campagna toscana invece: Candelora Candelora se nevica o se plora dell’inverno siamo fora, ma se è sole o solicello siamo sempre a mezzo inverno”

Comunque una delle due aveva ragione…

Un anno bisestile e una data palindroma… una curiosità!

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Inverno

Questa notte ho faticato ad addormentarmi per il rumore che non dava tregua a causa della pioggia violenta e del vento che soffiava a 61 km/h.

Perciò alle 5 circa ero ancora sveglia e mi sono ricordata che era proprio l’ora in cui quest’anno inizia l’inverno. Direi che quest’anno l’inverno si è preso sul serio!

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Tra un anno bisestile e l’altro il tempo solare non tiene il passo con quello stabilito per convenzione e così quest’anno il solstizio d’inverno  non è caduto il fatidico 21 dicembre:   ci rimetteremo in pari nel 2020 e spero che si smetta di dire che l’anno bisestile porta male…

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Uno dei detti popolari dice “anno bisesto, anno funesto” ma a casa mia ricordo che dicevano “anno bisesto bato chi ci resto” con un madornale schiaffo alla grammatica!

Ma come dice Rodari

L’anno nuovo

Indovinami, indovino,
tu che leggi nel destino:
l’anno nuovo come sarà?
Bello, brutto o metà e metà?
Trovo stampato nei miei libroni
che avrà di certo quattro stagioni,
dodici mesi, ciascuno al suo posto,
un carnevale e un ferragosto,
e il giorno dopo il lunedì
sarà sempre un martedì.
Di più per ora scritto non trovo
nel destino dell’anno nuovo:
per il resto anche quest’anno
sarà come gli uomini lo faranno.

Nel salutare l’inverno e pensando all’anno nuovo ormai vicino auguro a me e a tutti voi di “fare” un anno di pace, di rispetto, di generosità, di attenzione alla nostra MadreTerra!

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Pasqua Epifania tutte le feste le porta via…

Dal Vangelo di oggi “Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo”

Così scrive Davide Maria Turoldo:

Eran partiti da terre lontane:
in carovane di quanti e da dove?
Sempre difficile il punto d’avvio,
contare il numero è sempre impossibile.
Lasciano case e beni e certezze,
gente mai sazia dei loro possessi,
gente più grande, delusa, inquieta:
dalla Scrittura chiamati sapienti!
Le notti che hanno vegliato da soli,
scrutando il corso del tempo insondabile,
seguendo astri, fissando gli abissi
fino a bruciarsi gli occhi del cuore!

Naufraghi sempre in questo infinito,
eppure sempre a tentare, a chiedere,
dietro la stella che appare e dispare,
lungo un cammino che è sempre imprevisto.
Magi, voi siete i santi più nostri,
i pellegrini del cielo, gli eletti,
l’anima eterna dell’uomo che cerca,
cui solo Iddio è luce e mistero.

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Hanno camminato per giorni scrutando il cielo, seguendo una stella che appare e scompare, con gli occhi volti all’infinito e sono arrivati davanti ad un bambino – come tutti i bambini del mondo – e a lui si sono prostrati ed hanno presentato i loro doni…

Epifania – Manifestazione

Non è nelle cose grandi e imponenti che si trova la verità ma nelle cose piccole e semplici, nella normalità della nostra vita … basta avere gli occhi grandi come li hanno avuti i Magi!

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Buona Epifania!



Il bucato

Quando, dopo una serie di giorni nuvolosi o addirittura piovosi spunta una giornata di sole, balconi e finestre alzano il gran pavese… panni tesi ad asciugare, a farsi profumare dal sole!

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Anche il mio bucato è già bello in ordine sui fili che ho la fortuna di avere fuori del balcone, dove il vento li sta facendo cantare…

Questi panni svolazzanti mi hanno fatto ricordare quando, bambina, accompagnavo mamma a fare il bucato.  La lavatrice entrò in casa quando noi sorelle eravamo già grandi, mettendo insieme i nostri primi stipendi, ma allora – quando finalmente era tornata l’acqua che durante la guerra e il primo dopoguerra dovevamo andare a prendere ad un nasone  (fontanella) vicino – o si lavavano i panni nella vasca da bagno con l’asse per insaponare, (a dire il vero c’era già qualche detersivo ma mamma era un po’ ostica alle novità così continuava ad usare il classico Sapone di Marsiglia) o si andava a fare il bucato in terrazza.

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All’ultimo piano del palazzo c’era la terrazza condominiale, una parte coperta con le grandi vasche ed una scoperta con i fili per tendere.

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Per me era un divertimento. Non eravamo mai soli per cui mentre mamma lavava chiacchierando con le altre signore io giocavo con gli altri bambini. Poi, al momento di mettere i panni sui fili seguivo mamma portando il cestino con le mollette… mi sentivo molto importante per questo incarico!

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Sul muro della terrazza c’era una scaletta da marinaio dove ci arrampicavamo – quando non ci vedevano – da cui si aveva una vista panoramica di Roma da levare il fiato!

Invece nonna mi raccontava che all’epoca sua le donne andavano al ruscello, (beh non lei ma la famosa Caterina che è stata la tata di tutti i bambini della famiglia: era praticamente cresciuta in casa di nonna ed ha seguito, amatissima, tutte le generazioni di figli, nipoti e bisnipoti)

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con il catino sulla testa, appoggiato sul cercine. Non ho mai capito come facessero a reggere quei grossi catini in equilibrio senza rompersi l’osso del collo.

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Quale fosse il posto l’acqua era fredda e le mani ne uscivano rosse e intirizzite, con gli immancabili geloni!

Ora con le lavatrici non ci si immagina la fatica che le donne facevano per tenere pulita la biancheria e non solo per quello!

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La contropartita era che non eravamo mai soli, c’era sempre compagnia, risate e canti!

Certamente abbiamo guadagnato in velocità e tecnica ma abbiamo perso la bella semplicità dei rapporti umani!