I giorni della merla

 

I giorni della merla

Senza conoscere la leggenda….o forse mi era arrivata direttamente nel cuore…… quando i nipotini erano piccoli avevo scritto per loro questa favola………… leggendo il post di Zrcadlo ho pensato di metterla qui nel blog…..

 

 Il colore del merlo

Nonna, guarda che bel merlo sta becchettando le briciole che abbiamo gettato sul balcone!” “ E’ vero, è proprio bello”- risponde la nonna.

I suoi nipotini sono tornati a trovarla, pieni, come al solito, di curiosità e di voglia di favole. Gli occhi sono rivolti al merlo, ma capisco bene che aspettano altro….

”Lo sapete perché i merli sono neri?”

“ Ma nonna, è il loro colore!”

“Ora sì, ma prima erano bianchi!”

 “Davvero!! E come hanno fatto a cambiare colore?”

“ Ora ve  lo racconto…………..

 Voi sapete che alla fine di gennaio, quando le giornate sono fredde fredde (infatti questi giorni vengono chiamati “i giorni della merla”)  i merli cominciano a pensare al nido che tra poco faranno per i loro piccoli: li avete sentiti che bel canto hanno? E’ perché sono felici e aspettano la nuova covata che  tra pochi mesi deporranno..

Tanto tempo fa venne  una gelata, più o meno come quest’anno, e la mamma merla aveva freddo a stare sempre ferma e si sentiva male. Aveva proprio paura che non ce l’avrebbe fatta a resistere fino a marzo per deporre le sue uova..

Il babbo merlo era molto preoccupato per la sua compagna e voleva tanto aiutarla. Cercava un riparo, ma gli alberi erano spogli, e non si fidava a lasciarla su qualche ramo basso perché ci sono tanti animali che hanno fame e la sua compagna poteva diventare un bocconcino goloso…

 Cercò e cercò, fino a che non vide un comignolo da cui usciva un filo di fumo; si avvicinò e si accorse che quel fumo era tiepido….

 Tutto contento tornò dalla merla: insieme si trasferirono sulla cappa di quel camino (da cui veniva anche un profumino di dolce) e i due compagni si sistemarono comodamente: andavano solo in giro a cercare qualche insetto per riempire un po’ il pancino nell’attesa che quel freddo passasse.

 Finalmente l’aria si intiepidì e i due merli si guardarono contenti: ce l’avevano fatta! Ma rimasero di stucco: il bel bianco delle loro piume si era sporcato tutto! Il fumo e la fuliggine avevano tinto tutto di nero. Ma, poiché quel camino aveva salvato la vita della famigliola i merli decisero che era meglio rimanere tutti neri e così fu. E, sapete, ora i piccoli merli sono molto contenti perché non devono lavarsi di continuo!”

Beati loro, nonna!!!! Dobbiamo proprio andare  a lavarci le mani?

Sì, è pronta la merenda: c’è un profumino di dolce…. Chissà che qualche merlo non stia  riscaldandosi nella cappa del camino!”

 

 

 

 

Il topolino

 

Dalla bacheca di una amica ho “rubato” questa che sembra una favoletta….ma non lo è!

 

 

Spiando dal buco sulla parete, un topo vide l’agricoltore e sua moglie intenti ad aprire un pacco e pensò subito al cibo che avrebbe dovuto contenere.
Tuttavia, terrorizzato scoprì che si trattava di una trappola per topi.
Corse fino al cortile della fattoria per avvertire tutti:
La gallina disse:
– Mi scusi Sig. Topo, capisco che questo sia un grande problema per lei,
ma non mi tocca in nulla per cui il fatto non mi disturba.
Il topo andò dal maiale e disse:
– C’è una trappola in casa, una traappoolaaa!!!!
– Mi scusi Sig. Topo, disse il maiale, ma non c’è nulla che io possa fare se non pregare.
Stia tranquillo che lei sarà ricordato nelle mie preghiere.
Il topo si rivolse allora alla mucca .
– C’è una trappola in casa, una traappoolaaa!!!!
La mucca rispose:
– Cosa Sig. Topo? Una trappola? Sono in pericolo per caso? Credo di no!
Allora il topo fece ritorno a casa, testa in giù, abbattuto, per affrontare la trappola dell’agricoltore.
In quella notte si udì un rumore, come quello di una trappola che scatta sulla sua vittima.
La moglie dell’agricoltore era corsa per vedere cosa aveva preso.
Al buio, non vide che nella trappola c’era impigliata la coda di un serpente velenoso. E il serpente punse la donna…
Alla donna venne subito la febbre.
In campagna tutti sanno che per alimentare qualcuno con la febbre non c’è nulla di meglio che un buon brodo di gallina.
L’agricoltore prese il coltellaccio da cucina e si occupò di procurare l’ingrediente principale.
Siccome la donna non si riprendeva, gli amici e i vicini vennero a farle visita.
Per dar loro da mangiare il contadino uccise il maiale.
Tuttavia la moglie non si riprese e finì per morire.
Molta gente venne per il funerale.
Il contadino allora dovette sacrificare la mucca per poter dar da mangiare a tutta quella gente.
La prossima volta che sentirai di qualcuno che si trova dinanzi a un problema e penserai che il problema non ti riguarda, ricordati che, quando c’è una trappola in casa, tutta la fattoria è in pericolo.
Quando viviamo in comunità, il problema di uno è il problema di tutti

 

Il maestro e il crocifisso

UNA FAVOLA PER GLI ADULTI…..

 

“….Arrivò persino a togliere il crocifisso dalle pareti perché non doveva esserci neppure un simbolo che potesse far pensare ad una scuola confessionale”.

Questa decisione che scatenò un putiferio di polemiche è don Lorenzo Milani, il priore di Barbiana,

Sentir ora dire che il crocifisso identifica una tradizione nazionale come la nostra, che è cristiana, mi addolora profondamente. Per chi crede il crocifisso non sono i due legni ma l’uomo che è morto inchiodato su di essi…..e non è una tradizione…..

L’approdo della laicità è una delle grandi scelte del concilio Vaticano II, quella laicità è per tutti il collante decisivo di una società nella quale sono chiamati a vivere ed a costruire il futuro donne ed uomini diversi per colore della pelle, religione, cultura ma uguali per un dato essenziale, l’essere persone, con diritti, doveri, dignità, ansia di giustizia e di promozione.

Così quando nelle note della mia amica Suny ho letto questa “favola” l’ho riproposta subito perché con tanto garbo chiarisce l’idea….

 

 

 

.IL MAESTRO E IL CROCIFISSO

 

C’era una volta una scuola.
Nella scuola c’era una sola classe.
Nella classe c’era un solo maestro.
Nella scuola non c’erano alunni, la classe era vuota e il maestro era sempre solo.
L’uomo era diventato molto triste poiché un maestro senza alunni è come un poeta senza amore.
Proprio nel momento in cui stava per abbandonare la scuola e cercare un altro lavoro, arrivò in classe il primo alunno.
“Benvenuto”, disse l’insegnante. “Come ti chiami?”
“Il mio nome è Mario”, rispose il bambino.
“Di che religione sei?” domandò il maestro.
“Sono cattolico”, rispose il piccolo.
Allora l’uomo, pensando di fare un piacere a Mario, l’indomani gli fece trovare un crocifisso sulla parete alle proprie spalle:
Il bambino era tutto preso a fare un disegno e non sembrò affatto più felice del giorno precedente, tuttavia il maestro si disse che comunque aveva avuto una buona idea.
Poco tempo dopo arrivò in classe una bambina.

Come ti chiami?” chiese il maestro.
“Il mio nome è Myriam”, disse la piccola.
“Di che religione sei?” domandò l’insegnante.
“Sono ebrea”, rispose lei.
Allora l’uomo, per non fare un torto a quest’ultima, l’indomani sistemò accanto al crocifisso la Stella di David:
Pure Muhammad, intento a colorare un foglio, non sembrò gioire della cosa come il maestro si aspettava, ma questi si disse che magari avrebbe gradito più avanti.
Col tempo arrivarono altri alunni, ognuno di una religione diversa, ma tutti ugualmente amavano disegnare e colorare.
C’era un bambino buddista, uno induista, uno taoista e molti altri ancora.
Ognuno dichiarò di seguire un credo diverso da quello degli altri.
La parete nel frattempo era già piena e il maestro non sapeva come fare per essere equo e rispettare tutti gli alunni.
L’uomo era molto preoccupato e in quel momento si ricordò dei giorni in cui era tanto triste, perché era solo e la classe era vuota.
All’indomani i bambini entrarono in classe e trovarono la parete vuota
Il maestro si aspettò che gli alunni se ne accorgessero e gliene chiedessero conto, ma nessuno all’inizio sembrò dare importanza alla cosa.
Dopo qualche minuto uno di loro richiamò l’attenzione dell’uomo con la manina alzata: “Maestro…”
“Sì?” fece quest’ultimo.
“Posso attaccare il mio disegno sul muro dietro di lei?” chiese il piccolo.
“Anch’io!” esclamò una bimba.
“Pure io!” gridò un’altra.
“Anche io voglio attaccare il mio disegno!” strillò un altro ancora e così tutti gli altri.
E fu così che il maestro scoprì che era molto meglio ricoprire la parete con i sogni dei bambini, che con i bisogni dei grandi…

 

La storia della ranocchia

 

LA STORIA DELLA RANOCCHIA

 

Meno male che è una “storia”…. Le ranocchiette mi fanno una gran tenerezza!

Ma questo filmato è veramente istruttivo nella sua semplicità.

Quando l’ho trovato su you tube ho pensato subito a dividerlo con voi (anche l’autore lo chiede!!!).

Eccolo.

 

 

Una favola per Carla

 

 

 Una favola per Carla

(ma la dedico anche a tutti i bambini… grandi e piccoli!)

 

 

LA STORIA DI PICCOLO ANGELO

 

 

 

 

C’era una volta un piccolo angelo…

L’avevano mandato sulla terra senza dirgli cosa doveva fare…. o forse era talmente emozionato che non aveva neppure sentito cosa gli avevano detto….. era partito come una freccia, felice di poter finalmente dimostrare di essere diventato responsabile e maturo….

Era talmente emozionato che, una volta aperto il grande portone del Paradiso, non si era accorto che c’erano degli scalini ed era ruzzolato giù, fin sulla terra, con un gran tonfo,

Meno male che era caduto in un grande prato, con l’erba morbida e profumata e tanti fiorellini bianchi che ora guardava estasiato….

“Ma guarda come sono carini questi fiori…. sono proprio come quelli che abbiamo noi su nei prati del cielo!!!”

Si alzò in piedi, si sentiva un po’ acciaccato, qualche dolorino…. Ma caspita, era caduto da lassù….

Guardò in alto: ma dove era il Paradiso? Pensava proprio che l’avrebbe visto dalla terra, si sarebbe sentito più sicuro, avrebbe potuto salutare i suoi compagni…..

Strano, però, dall’alto la terra si vedeva bene, si vedevano le persone, le loro case….

Ogni tanto lui e i suoi amici angioletti scendevano per fermarsi a guardare dietro le finestre delle case…

A lui piaceva particolarmente una finestra con i fiori sul davanzale e le tendine ricamate. Quando le tendine erano sollevate potevano vedere una mamma che metteva a letto il suo bambino.. gli cantava delle dolci canzoni, gli raccontava una fiaba e lo carezzava piano. Poi, quando il bambino aveva chiuso gli occhi ed era scivolato nel sonno, spegneva la luce e tornava in cucina.

Gli sarebbe piaciuto sapere cosa voleva dire essere un bambino…

Gli angioletti restavano lì, cercando di ascoltare anche loro le fiabe e le canzoni… ma la finestra era chiusa e non si sentiva niente.

Il piccolo angelo rimase pensieroso….

Cosa doveva fare? Proprio non se lo ricordava.

Ah! Se fosse stato attento a quello che gli diceva l’angelo capo! Ora avrebbe cominciato il suo lavoro e sarebbe tornato presto su, nella sua casa di stelle…

Ma oramai il guaio era fatto…. avrebbe dovuto arrangiarsi!

In fondo al prato c’era una casa.. le finestre erano illuminate.

Andrò a vedere lì! Pensò il piccolo angelo.

Nella casa c’era una luce accesa.

Come era solito fare con i suoi amici, piccolo angelo cercò di guardare dentro attraverso i vetri della finestra.

Era lì, col nasino incollato al vetro e guardava con tanta attenzione, che la signora che stava leggendo accanto alla finestra si girò a guardare. Le sembrava che qualcuno la stesse spiando.

Vide quei due occhioni che la guardavano attenti e quel buffo nasetto incollato al vetro. Fece un sorriso. Poi si alzò e andò alla porta.

Piccolo angelo era tutto rosso per l’emozione e non era riuscito neppure a fare un passo: non aveva mai visto una persona così da vicino.

“Cosa fai bambino qui fuori da solo?”

Piccolo angelo si guardò intorno. Come faceva a vederlo?

“Ehi, dico a te! Come mai sei solo?”

Eh, sì, parlava proprio con lui….

Si guardò addosso: non aveva più la sua bella camicina splendente come la luce. Aveva addosso un paio di pantaloncini stinti, una magliettina leggera e dei sandaletti, ecco perché sentiva tanto freddo!.

”Da dove vieni bambino?”

Piccolo angelo non sapeva cosa rispondere: col ditino indicò in alto. La signora guardò e vide le alte montagne lontane.

“Da lì vieni? Come hai fatto a fare tutta quella strada da solo?”

Piccolo angelo provò a rispondere ma non era capace, da loro non avevano bisogno di parole.

Cosa avrebbe potuto dire… vengo dal Paradiso? Non gli avrebbe creduto!

“Vieni dentro, ti preparo qualcosa, sei tutto infreddolito e sarai stanco!”

Gli portò una cioccolata calda calda e dei biscotti.

Oh, era questo che la signora dava al suo bambino… che bontà!

“Sai, mi ricordi tanto il mio nipotino che vive lontano” disse la signora. “Sai che faremo? Tu stanotte dormirai qui, domattina ti accompagnerò in macchina a cercare i tuoi genitori. Chissà come staranno in pensiero!”

Piccolo angelo scoppiò a piangere.

“Perché piangi? Non li hai i genitori?”

Piccolo angelo fece di no con la testa.

“Allora resterai qui con me, io sarò la tua nonna e tu il mio nipotino”

Forse era questo che l’angelo capo gli aveva detto: doveva far felice una nonna e così anche il suo desiderio sarebbe stato esaudito!

Piccolo angelo rimase nella casa ed era proprio felice…..ogni tanto guardava in su… ma non vedeva altro che il cielo e le nuvole…

Ma sapeva bene cosa c’era di là…..

 

per Fabio

 

Una favola per Fabio

 

Dov’è finito l’arcobaleno?

 

Dietro le finestre chiuse i bambini dello stabile di via Corazzi stanno guardando il temporale che imperversa sulla città. Tuoni, fulmini, un vento fortissimo e pioggia, tanta pioggia violenta e forte che sta spazzando via ogni cosa dal loro giardino: gli alberi stanno perdendo tutte le foglie, il prato è diventato un lago di fango, ma – peggio di tutto – lo scivolo si è rovesciato e l’altalena si è staccata e si è rotta e sul campo di pattinaggio sono caduti dei rami spezzati… una vera tragedia!!!

E non sembra neppure che voglia finire! Il cielo è ancora carico di nuvoloni neri, gonfi e bassi che sembra quasi di poterli toccare…

Con i nasini attaccati ai vetri i bambini guardano questa burrasca che sta distruggendo il loro campo di giochi…. Quanto ci vorrà perché tutto torni a posto e si possa scendere di nuovo a riempire quel bel parco di risate e grida, di corse e salti!

La voce dei tuoni si sta facendo sempre più lontana, sta diventando solo un brontolio…

La pioggia è diminuita, ora è una pioggerellina fine fine, come se qualcuno stesse chiudendo il rubinetto su nel cielo…

E finalmente un raggio di sole tra le nuvole…

Ed ecco, davanti a quei visetti che ricominciano a sorridere, apparire un enorme arcobaleno: la tempesta è finita…

Ma… cosa sta succedendo? Quell’enorme arcobaleno non rimane nel cielo… sta scendendo giù, sempre più giù…

Gli occhi dei bambini sono sempre più grandi e le bocche si stanno spalancando per la sorpresa…

Eccolo lì… proprio nel loro giardino!

In ogni casa si alza una domanda: posso scendere?

La cosa è tanto strana che le mamme non pensano più alle scarpe che si sporcheranno, ai vestiti che si schizzeranno di fango, ai raffreddori ….

Uno sfarfallìo di bimbi è sceso a guardare quella meraviglia…

Si avvicinano piano… l’arcobaleno è lì.. lo possono toccare con le loro manine

“Forza!” – sembra dire – “venite a giocare… salite su questo bel ponte”..

Dopo un istante ( ma proprio uno solo!!!) di titubanza i bambini salgono, uno dopo l’altro…

Che bello!! Poi, quando sono in cima c’è da fare uno stupendo scivolo per tornare a terra… I bimbi corrono per poter godere di quel divertimento il più possibile….

Si fermano un attimo per riprendere fiato e in quel momento l’arcobaleno si gira: ecco, è diventato una enorme altalena colorata! Possono dondolarsi tutti insieme … che allegria nel giardino!!!!

Chi si lascia cullare, chi corre sotto, passando attraverso i colori….

Nessuno dei bambini, occupati come sono, si è accorto che i nuvoloni sono spariti….

L’ultimo nuvolone se ne va e torna a splendere un bel sole, ma…..

Dove è finito l’arcobaleno?

I nuvoloni l’hanno portato via con sé, andrà a dare gioia a grandi e piccini di qualche altro luogo….

C’è un po’ di delusione tra i bambini, si stavano divertendo così tanto!!

Per rasserenarli alcuni genitori fanno loro una promessa: domani stesso rimetteranno a posto tutti i loro giochi e il giardino tornerà anche più bello di prima….

 

 

arcobaleno intero

Gaza

 

Un racconto

 

Nel gruppo di aNobii “La casa dal tetto rosa”, dedicato a coloro che amano le favole, abbiamo fatto un esperimento: scrivere un racconto a più mani.

Due favole, le prime, piene di fantasia, dolcissime…

La terza storia, invece, ha preso un sapore completamente diverso…. Un racconto profondo, amaro, contemporaneo.

 

Dous ha dato il via al racconto intitolato “la notte” con queste parole:

“Personaggi principali: Uri, il mugnaio, Ezra sua moglie, Lina la cagnetta e Unter il garzone”…..

 

Ed è ancora Dous che lo chiude con queste:

“Dedico questa "cosa" che è venuta fuori tra noi, ai bimbi di Gaza.
Che non sono tanto diversi dai bimbi di tutto il resto del mondo, ma per i quali va la mia preghiera di pace”.

 

La notte di Gaza. Questo il link per chi volesse leggerla:

 

 

http://cosemaiscritte.blogspot.com

 

la notte

 

 

 

Firenze- P.zza della Repubblica

 

la giostra

 

LA GIOSTRA

 

 

 

Pupetta non sta più in sé dalla gioia!

Oggi andrà in città con la nonna….

La sua famiglia abita in una bella casa in campagna, con un grande prato davanti, e l’orto, le galline e i coniglietti : lei si prende cura di loro, fa attenzione che non gli manchi mai né il cibo né l’acqua pulita.

Con i conigli fa delle lunghe chiacchierate e loro sembrano attenti, con le orecchie dritte e gli occhi vispi.

Ora poi ci sono i pulcini che sono così bellini!

Pupetta è felicissima di vivere in quel posto magico…però … però il suo fratellino va tutti i giorni a scuola in città e prende quel grande autobus blu…..

Pupetta è andata in città qualche volta, ma sempre con i genitori, in macchina. Sono andati in un grande supermercato a fare le spese: bello, sì, c’è scappato anche un regalo per lei… però della città non ha visto niente.

Questa volta invece, la nonna ha cercato dei bottoncini speciali per il golfino che le sta facendo ma la botteghina del paese non ne ha, così ha deciso di andare in una merceria grande, in città… e la porta con sé.

Figurarsi la gioia di Pupetta quando glielo ha detto!!! In città e per di più con l’autobus.

Così ora sono alla fermata: l’autobus arriva e Pupetta si arrampica con un po’ di fatica… che scalini alti!!!

“Nonna, posso timbrare io i biglietti?” Anche questa è una cosa nuova…

Per fortuna la vettura è quasi vuota e Pupetta si siede con la nonna nei primi posti: vedere così dall’alto è tutto diverso.

E’ incantata a guardare la strada che sembra correre via velocemente, con le macchine e tutte le case che via via si fanno più grandi…. Che palazzoni!!

Ecco, sono arrivate.

Pupetta scende di corsa e allunga la manina per aiutare la nonna, che sorride divertita.

La merceria è un negozio fantastico….. lei resterebbe lì tutta la giornata a guardare quanto c’è in giro: nastri colorati, lane e cotoni, ed ecco i bottoni…. Pupetta e la nonna scelgono dei bottoncini a forma di fiore… chissà come staranno bene sul golfino nuovo…

Nonna guarda l’orologio… è presto, c’è tempo prima che la corriera riparta…

“Vieni Pupetta, andiamo a vedere in piazza, ci dovrebbe essere…” “Cosa, nonna?”…La nonna sorride….

Eccole nella piazza.

Pupetta sgrana gli occhi: in mezzo alla piazza c’è una giostra grande, con i cavalli e le carrozze – come quelle delle principesse – con tante luci e tanti colori ed una musica allegra che accompagna il suo lento girare…

”Posso, nonna?” “Ma certo!”.

Mentre finisce il giro Pupetta osserva attenta per scegliere dove salire.

C’è un bel cavallo bianco…. “Quello lì, nonna!”. Il giostraio l’aiuta a salire perché il cavallo è alto….

Piano piano la giostra comincia a muoversi, il cavallo dondola lento….

Pupetta si guarda intorno felice.

La nonna si è seduta su una panchina lì vicino e guarda…. Si ricorda di quando era lei bambina, quanto le piaceva salire sulla giostra!

Anche lei preferiva il cavallo e si reggeva forte alle briglie perché quel girare le dava una sensazione di vertigine che le faceva chiudere gli occhi e sognare ….

Anche Pupetta ora ha gli occhi chiusi: sogna di essere sul cavallo del Principe Azzurro e sta andando verso il castello sulla montagna……

Il cavallo dondola piano piano e una musica leggera accompagna il galoppo…..c’è ancora tanta strada da fare….

Ma….

La musica è finita, il cavallo si è fermato e la nonna la sta chiamando!

Pupetta salta giù e corre verso la nonna; è così felice che le saltella accanto chiacchierando continuamente…

Ecco l’autobus. E’ ora di tornare a casa.

Pupetta si appoggia alla nonna, stanca.

“Sai nonna, quando arriviamo a casa vado subito a raccontare ai coniglietti cosa ho fatto oggi!!!”

 

Una storia

 

Ti regalo una storia

 

 

 

“Nonna, sai che è successo oggi  a scuola?” “No, Titti, raccontami!”

 Stacco la spina del ferro da stiro e mi siedo: le confidenze dei bambini vanno ascoltate con attenzione perché sono una cosa preziosa che presto o tardi perderà la loro freschezza originale….

 “Nonna, questa mattina ho litigato con la mia amica Anna e ora non ci parliamo più.”

 La storia dell’amicizia fra Titti e Anna è lunga e “travagliata”; è nata all’asilo ed è fatta di amore immenso e di liti feroci – sempre dovute a piccolezze. Anche questa volta scopro che tutto è nato da un pennarello rosso che serviva a tutt’e due proprio nello stesso momento.

 Conosco troppo bene questa piccola per dubitare che stia veramente male e vorrebbe fare la pace; ma è orgogliosa – “e poi  il pennarello è mio perciò doveva aspettare lei!” – e non vuole essere sempre lei a cedere..

La sua faccetta imbronciata mi fa tanta tenerezza e così studio il modo per darle qualche consiglio senza fare la predica. “Vieni qui, ti voglio raccontare una storia” le dico.

 Come immaginavo arriva di corsa – le storie hanno sempre un richiamo magico su di lei.

 “Ascolta: hai visto come è grande il cielo? Ci si perde a guardarlo!

 Una volta è successo che due uccelli che vivevano lontani  lontani , in due paesi diversi, per uno strano caso si sono trovati nello stesso posto, alla stessa ora e si sono conosciuti.

 Uno dei due uccelli- “Fri” – era grande, aveva le ali forti  e cercava di  insegnare agli uccellini più piccoli come si può volare sia nei cieli azzurri che in quelli pieni di nuvole o bagnati dalla pioggia e battuti dai venti.

 Anche quel giorno stava facendo vedere ad un piccolo pubblico come uccellini considerati quasi incapaci di volare potessero in realtà – con i loro voli brevi – scoprire mondi che gli altri non vedevano neppure, tutti presi dalla smania di essere i più bravi.

L’altro uccello – “Ron” – pur essendo tanto più vecchio, era piccolino, ma dentro di sè aveva tanta curiosità di scoprire quello che muove il cuore e le ali degli uccelli  ad affrontare voli anche pericolosi  per seguire il proprio istinto.

 Per loro fu facile stringere una bella amicizia: in fin dei conti il loro modo di vedere la vita si somigliava moltissimo, anche se lo esprimevano in modi diversi.

 Si rividero e si conobbero più a fondo, ma la vita non sempre permette alle storie di camminare su binari facili. Ci furono periodi di assenze, brevi momenti in cui poterono incontrarsi – ma sembrava che qualcosa fosse cambiato fra loro….. poi si persero di vista.

Nel cuore dei due uccelli era però rimasta una traccia indelebile di quei voli insieme….

Un giorno Ron, ormai invecchiato, con l’amore del volo ormai solo nel cuore e non più nelle ali, vide arrivare un uccello nel suo nido: era sporco e arruffato, con le piume bagnate e le penne che sembravano spezzate da quanto erano contorte; Ron a prima vista non lo riconobbe: che strano, era un uccello grande, ma sembrava piccolo piccolo da quanto si stringeva in se stesso!

 Anche il suo cinguettio era irriconoscibile, ma il cuore riesce a vedere quello che gli occhi faticano a riconoscere e Ron riconobbe Fri e aprì subito le ali per accogliere la disperazione del suo amico.

 Fri – perché era proprio lui – era incappato in uno di quegli uragani  che distruggono tutto sulla terra e in cielo e sconvolgono le vite di uomini e animali. Non riusciva più neppure a capire dove fosse il suo nido ed era così stanco e avvilito che non aveva più voglia di vivere.

 Bisognava far presto: Ron – per quanto gli fu possibile – lo rincuorò e fece quello che gli amici fanno, quando  amicizia e affetto sono veri: lo tirò fuori dalla sua disperazione e lo fece sorridere di nuovo.

 Sì, perché “gli amici sono degli angeli che ci aiutano quando non ci ricordiamo più come si fa a volare”.

Titti mi guarda sorridendo: “Allora non fa niente se Anna ed io litighiamo? Non vuol dire che non siamo più amiche?” “Ma certo che no! Forza, telefona subito ad Anna e fate la pace e conservate questa bella amicizia. Anche se crescendo la vita vi porterà su strade diverse sarete sempre Titti e Anna, le due “amiche del cuore”!

 

La favola del porcospino

UN PORCOSPINO

Un porcospino irsuto di lance
Vive sul ciglio del mondo
E par strano, ch’ogni strale
Lungo sette braccia almeno
Sia affilato e d’oro vestito.
E questi, sentendo il freddo
Della notte oltre quel ciglio,
si sporge aumentando gli aculei
e ogni lancia si conficca
sempre più vicino al cuore,
per cercare l’onore di morire
soffrendo la sua libertà.

Zolfo

° ° ° ° °

Sul blog del mio giovane e carissimo Marco (Zolfo) ho trovato questa bella poesia da lui scritta – ispirata alla favola dei porcospini di Shopenauer che non conoscevo e mi ha molto incuriosito:

“Una compagnia di porcospini, in una fredda giornata d’inverno, si strinsero vicini, per proteggersi, col calore reciproco, dal rimanere assiderati. Ben presto, però, sentirono le spine reciproche; il dolore li costrinse ad allontanarsi di nuovo l’uno dall’altro. Quando poi il bisogno di scaldarsi li portò di nuovo a stare insieme, si ripeté quell’altro malanno; di modo che venivano sballottati avanti e indietro tra due mali, finché non ebbero trovato una moderata distanza reciproca, che rappresentava per loro la migliore posizione.”

(Schopenhauer, Parerga e Paralipomena, II, 2, cap. 30, 396)

 

La favola è molto istruttiva: l’uomo non è ancora riuscito a trovare la giusta misura per vivere accanto agli altri, accettandoli e facendosi accettare, nonostante idee, abitudini, stili di vita, religioni, culture diverse… stiamo ancora ferendoci con i nostri aculei… Impareremo dai porcospini?

° ° ° ° ° °

 

Ai miei nipotini però l’ho raccontata così….

Quando la vostra mamma e la zia erano piccole avevamo una casa in campagna.

La zia – come sapete – impazziva per gli animali (aveva sempre qualche ranocchietta in tasca)…

Una sera eravamo andati a pescare a un lago lì vicino. Quando stava cominciando a fare buio, la zia – che era andata a fare una giratina lì intorno – arrivò tutta di corsa con in mano qualcosa di scuro….“Mamma, babbo, guardate! Stava tutto solo in mezzo al viottolo e piangeva (chissà come avrà fatto a capirlo!!!). Lo posso portare a casa, è solo e ha fame!

Guardiamo incuriositi…. In mano la zia aveva un piccolo porcospino, e non siamo mai riusciti a capire come avesse fatto a prenderlo e a tenerlo in braccio senza farsi male….

Sì, perché i porcospini hanno il corpo ricoperto di aculei – come grosse spine – che bucano chi prova ad avvicinarsi. Solo sul pancino non ne hanno, infatti è tenero e caldo come quello dei gattini…

Quando hanno paura, i porcospini si chiudono come il riccio delle castagne e nessuno riesce ad avvicinarsi. Ma la nostra amica degli animali faceva eccezione: con lei nessun animale aveva paura e si lasciava prendere e accarezzare tranquillamente.

Nonostante i nostri tentativi (la mamma lo starà cercando…come farai a dargli da mangiare…..) non fu possibile farle cambiare idea: era una fontana, lacrimoni le scendevano lungo il visetto….

Acconsentimmo, pensando di riportarlo la mattina dopo.

Il riccetto si chiamò Chicco, e passò la notte in una scatola vicino al letto della zia. Al mattino si svegliarono insieme e sembrava che si conoscessero da sempre: Chicco zampettava dietro alla zia… fecero colazione insieme – il porcospino è un animale che mangia solo carne – ma Chicco mangiò un po’ di biscotti e a pranzo si divisero la pastasciutta e le polpettine….

Noi non potevamo prenderlo, gli aculei ci tenevano a distanza, al massimo potevamo fargli una carezzina sul nasino che sporge da un musetto proprio carino, con due occhietti furbi!!!

Con la zia era diverso: quando la vedeva arrivare sollevava il pancino e si sistemava sulla mano, tutto contento.

Quando fu tempo di ritornare a casa fu veramente difficile separarli.

Riportammo Chicco al lago, chiedendo al proprietario di prendersene cura e soltanto la promessa che saremmo ritornati a trovarlo ci permise di tornare a casa.

Così la zia ci ha insegnato che l’amicizia è sempre possibile: basta un po’ di amore e di buona volontà.