Buona Pasqua!

SPERANZA
Pablo Neruda

Ti saluto, Speranza, tu che vieni da lontano
inonda col tuo canto i tristi cuori.
Tu che dai nuove ali ai sogni vecchi.
Tu che riempi l’anima di bianche illusioni.

Ti saluto, Speranza, forgerai i sogni
in quelle deserte, disilluse vite
in cui fuggì la possibilità di un futuro sorridente,
ed in quelle che sanguinano le recenti ferite.

Al tuo soffio divino fuggiranno i dolori
quale timido stormo sprovvisto di nido,
ed un’aurora radiante coi suoi bei colori
annuncerà alle anime che l’amore è venuto.

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Settimana Santa

Cerca sempre quel raggio di sole e di speranza
per non arrenderti mai…
Anche nelle giornate più tristi…
Cit.
Squill blooming in Karlsruhe

Metto in pausa la mia pagina per “essere” profondamente in questi tre giorni che ci avvicinano alla Pasqua della notte del Sabato e a quella pasqua-liberazione che aspettiamo con ansia e che ci farà uscire nuovamente dalle case più consapevoli e attenti agli altri e al mondo…

meditare

 

27 marzo – Piazza San Pietro

In una piazza deserta, sotto un cielo gonfio di pioggia, una fragile figura bianca, dal volto segnato dalla sofferenza fisica e spirituale, ha pregato con noi e per noi tutti, senza distinzione perchè tutti siamo figli di Dio, tutti uguali ai suoi occhi.

“Siamo stati presi alla sprovvista da una tempesta inaspettata e furiosa. Ci siamo trovati su una stessa barca fragili e disorientati, ma allo stesso tempo importanti e necessari, chiamati a remare insieme e a confortarci a vicenda. Su questa barca ci siamo tutti. E ci siamo accorti che non possiamo andare avanti ciascuno per conto suo. Ma solo insieme. Nessuno si salva da solo”.

Grazie immenso Papa Francesco per le tue parole e per la tua benedizione!

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Grazie di cuore all’autore

Ho trovato questa poesia su facebook, ma ogni volta il nome dell’autrice o autore è diverso per cui preferisco lasciarla nell’anonimato, l’autore vero saprà comunque che è piaciuta a tantissime persone.

Io la trovo piena di speranza, una carezza in un periodo così difficile e mi fa piacere proporla qui sul blog.

Eccola:

Era l’11 marzo del 2020,

le strade erano vuote, i negozi chiusi,

la gente non usciva più.

Ma la primavera non sapeva nulla.

Ed i fiori continuavano a sbocciare

Ed il sole a splendere

E tornavano le rondini

E il cielo si colorava di rosa e di blu

La mattina si impastava il pane

E si infornavano i ciambelloni

Diventava buio sempre più tardi

E la mattina le luci entravano presto

Dalle finestre socchiuse

Era l’11 marzo 2020 i ragazzi studiavano

Connessi a Gsuite

E nel pomeriggio immancabile

L’appuntamento a tressette

Fu l’anno in cui si poteva uscire

Solo per fare la spesa

Dopo poco chiusero tutto

Anche gli uffici

L’esercito iniziava a presidiare le uscite e i confini

Perché non c’era più spazio per tutti negli ospedali

E la gente si ammalava

Ma la primavera non lo sapeva e le gemme continuavano ad uscire

Era l’11 marzo del 2020

Tutti furono messi in quarantena obbligatoria

I nonni le famiglie e anche i giovani

Allora la paura diventò reale

E le giornate sembravano tutte uguali

Ma la primavera non lo sapeva

E le rose tornarono a fiorire

 

Si riscoprì il piacere di mangiare tutti insieme

Di scrivere lasciando libera l’immaginazione

Di leggere volando con la fantasia

Ci fu chi imparò una nuova lingua

Chi si mise a studiare e chi riprese l’ultimo esame che mancava alla tesi

Chi capì di amare davvero

Separato dalla vita

Chi smise di scendere a patti con l’ignoranza

Chi chiuse l’ufficio e aprì un’osteria

Con solo otto coperti

Chi lasciò la fidanzata per urlare al mondo

L’amore per il suo migliore amico

Ci fu chi diventò dottore per aiutare

Chiunque un domani ne avesse avuto bisogno

Fu l’anno in cui si capì l’importanza della salute

E degli affetti veri

L’anno in cui il mondo sembrò fermarsi

E l’economia andare a picco

Ma la primavera non lo sapeva

E i fiori lasciarono il posto ai frutti

E poi arrivò il giorno della liberazione

Eravamo alla tv

E il primo ministro disse a reti unificate

Che l’emergenza era finita

E che il virus aveva perso

 

Che gli italiani tutti insieme avevano vinto

E allora uscimmo per strada

Con le lacrime agli occhi

Senza mascherine e guanti

Abbracciando il nostro vicino

Come fosse nostro fratello

E fu allora che arrivò l’estate

Perché la primavera non lo sapeva

Ed aveva continuato ad esserci

Nonostante tutto

Nonostante il virus

Nonostante la paura

Nonostante la morte

Perché la primavera non lo sapeva

Ed insegnò a tutti

La forza della vita.

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… e ritorno a leggere …

Ho finito in pochi giorni un libro che mi era stato regalato nel 2007 da una carissima amica: “Più lontana della luna” di Paola Mastrocola. Era rimasto nascosto da altri libri e solo con il trasloco è “saltato fuori”. Arrivata qui a Livorno per più di un anno non ho potuto prendere in mano un libro, presa come ero dalla malattia di mio marito. Ora, purtroppo, ho di nuovo tutto il tempo che voglio. Il primo che ho preso in mano è stato proprio questo, c’era una bella dedica che mi ha risvegliato il ricordo del TT forum attraverso il quale ci eravamo conosciute.

Nella mia lunga vita di lettrice (ho imparato a leggere a cinque anni e da allora non ho mai smesso) ho fatto una personale suddivisione del genere dei libri.

Ci sono quelli che non si fanno leggere: alzano un muro e non riesci a trovare una sintonia che ti permetta di andare avanti nonostante i tuoi sforzi. Con questi l’unica cosa possibile è chiuderli, rimetterli in libreria sperando in tempi migliori.

Poi ci sono quelli tranquilli, che si accontentano dei tuoi momenti liberi, non si arrabbiano neppure se leggi poche righe per volta… aspettano, tanto sanno che prima o poi arriverai alla fine.

E poi ci sono quelli prepotenti, quelli che ti coinvolgono al punto che non puoi più lasciarli: qualsiasi cosa devi fare ti costringono a metterci meno tempo possibile… ed è sempre troppo. Sono quelli che finiscono troppo presto e vorresti non averli già finiti. E spesso esigono una rilettura per goderli di più! Il libro della Mastrocola è iniziato nella seconda categoria ma presto è entrato nel gruppo di quelli che non puoi lasciare…

In ultimo ci sono quelli che ti rubano il cuore, vi si installano e diventano parte di te. Si contano sulle dita di una mano, forse sono uno o due ma se li incontri – e di solito sono loro a chiamarti dagli scaffali di una libreria – ci saranno sempre momenti in cui le parole ti verranno alla mente e saranno sempre quelle di cui avevi bisogno in quel momento.

Ho già iniziato il nuovo “Quel che affidiamo al vento”, basato sulla storia del telefono in Giappone che mi aveva tanto incuriosito.

Dalle prime righe ho l’impressione che dovrò dedicargli tutto il tempo possibile…

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La leggenda di San Valentino

Sabino, era un giovane centurione romano che s’innamorò di Serapia, una ragazza di religione cristiana. I due giovani decisero di sposarsi ma la famiglia di Serapia negò il consenso. I due ragazzi si rivolsero dunque al Vescovo Valentino. Sabino però non essendo battezzato per amore di Serapia accettò subito compensare la mancanza con il sacramento impartito da Valentino. Iniziarono allora i preparativi per festeggiare il battesimo di Sabino e le imminenti nozze. I due ragazzi erano molto felici per l’imminente avvenimento, ma Serapia contrasse una grave malattia. La ragazza fu colpita da una grave forma di tisi e si aggravò fino ad essere vicina alla fine. Sabino, disperato, chiese subito a Valentino di essere battezzato al più presto e di unirlo in matrimonio con Serapia prima che lei morisse. Valentino, commosso, battezzò il giovane e lo unì in matrimonio al capezzale di Serapia. La leggenda vuole che quando Valentino alzò le mani al cielo per benedire la loro unione, un improvviso sonno beatificante avvolgesse i due giovani per l’eternità.

Oggi è la festa degli innamorati…tutti, di ogni persona che ama!

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Quel che affidiamo al vento

Io non sono una grande amante della televisione, sono pochissimi i programmi che guardo volentieri: il primo nella lista è “Le parole della settimana” di Massimo Gramellini, il sabato su Rai 3.

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È un programma intelligente e garbato, ove si prende spunto dalle parole “chiave” della settimana, insieme a molti e variegati ospiti, per raccontare e commentare i fatti della vita.

Sabato scorso Gramellini ha presentato Laura Imai Messina, autrice di un libro dal titolo “Quel che affidiamo al vento”.

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Quello che ho ascoltato mi ha intrigato al punto che ho subito comperato il libro e mi è venuta voglia di parlarne qui sul blog.

Si parla di un luogo chiamato Kaze-no-Denwa che è in Giappone. La scrittrice è stata sul luogo quindi ne parla con cognizione di causa.

* * * *

Nel suo giardino chiamato Bell Gardia, Itaru Sasaki aveva costruito nel 2010 una cabina per parlare col suo cugino morto.

Dopo il terremoto che ha scosso con estrema violenza la terra a Otsuchi, Iwate. – nordest del Giappone nel 2011, un’onda impressionante, un terribile tsunami si avventa contro la costa distruggendo tutto, portando via case alberi persone, lasciando una scia di desolazione…

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Rimane quella cabina dai vetri trasparenti, un telefono nero collegato col nulla e un quaderno: dopo quella tragedia i sopravvissuti hanno cominciato ad andare per parlare con le persone che avevano perduto la vita, con la speranza di continuare un colloquio interrotto, dire quelle cose che non c’era stato tempo di dire, per alleviare un po’ il dolore della perdita.

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Non bisogna inserire monete o gettoni. Si può anche solo ascoltare. Il rumore del vento, i propri ricordi, il suono della natura. Oppure si parla di sé, con sé, o con chi non c’è più.

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Non ci sono indicazioni per arrivarci e quella ricerca del sentiero tra le piante e gli alberi, quel magico silenzio, crea un’onda di pace che allevia il dolore, nonostante la consapevolezza di un’assenza, di un vuoto che niente potrà mai riempire.

Sono tantissime le persone, da ogni parte del mondo, che si avviano su quella collina

Ora anche in Italia c’è un telefono del vento: in Liguria, sul Monte Beigua, al Rifugio Pratorotondo.

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Appeso sul tronco di un albero c‘è un telefono su cui è scritto: “questo telefono non collegato trasporta le voci nel vento”.

È li e aspetta chi vuole lasciare al vento le parole che vorrebbe dire a chi non c’è più…

Basta alzare la cornetta…

San Giuliano Terme

Con la complicità di un gennaio che ci sta regalando splendide giornate, sabato scorso con mia figlia Sabina siamo andate a fare un giro nei dintorni di Livorno, un territorio per noi ancora tutto da scoprire. Così in una mappa antica.

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Meta scelta San Giuliano Terme, località subito dopo Pisa e quindi vicina, da non dover stare troppo tempo in macchina.

Abbiamo scelto di fare la strada ordinaria per godere il paesaggio, con la bellezza di viaggiare a “velocità di crociera” in tutto relax.

San Giuliano Terme è un comune della provincia di Pisa, conosciuto in antichità come Aquae Pisanae e poi come Bagni di Pisa.

La prima cosa che colpisce all’arrivo è lo splendido Palazzo d’estate del Granduca di Toscana, ora diventato un hotel ed una Spa d’eccellenza.

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A proposito di Spa sono andata a cercare da cosa derivasse il nome ed ho trovato due diverse interpretazioni: una dice che il nome deriva dalla città belga di Spa, famosa sin dai tempi dell’antica Roma per le sue acque termali, da cui Spa è diventato il termine generico per indicare il termalismo; l’altra, per me più intrigante, sarebbe l’acronimo di Salus per aquam…

Poco più in alto del palazzo c’è una stravagante costruzione, il Café House, un edificio rettangolare con archi aperti, sostenuto da dieci pilastri, riservato ai clienti delle terme, da cui si poteva vedere tutta la pianura pisana.

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Alle Terme si arriva attraversando il ponte sul Fosso del Mulino che porta alla piazza antistante l’ingresso.

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Non ci siamo allontanate molto da lì ma le stradine intorno si aprono su scorci piacevoli,

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graziose palazzine

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e angoli fioriti.

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Le morbide colline verdi che la circondano formano belle geometrie con i tetti delle case

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e della Chiesina con la sua campanella.

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Sulla via principale – la strada dell’Abetone – si trova anche un antico istituto, ormai in disuso, l’OPA – Opera Pia dei Bagni di San Giuliano – che permetteva anche ai poveri di usufruire almeno in parte del benessere delle acque termali. La struttura è malridotta ed è un peccato perché ha una bella facciata e penso che anche l’interno debba essere molto interessante.

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Sulla strada del ritorno – oramai erano le 13 – abbiamo visto un Ristorante Sushi … decisione immediata: “ci fermiamo a pranzo qui”!

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Tutto ottimo…risaliamo in macchina e ci avviamo lungo la strada circondata dai pini ma, come la ciliegina sulla torta, uno slargo tra il verde … e ci appare questa meraviglia!

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Epifania

Epifania di David Maria Turoldo

 

Eran partiti da terre lontane:

in carovane di quanti e da dove?

Sempre difficile il punto d’avvio,

contare il numero è sempre impossibile.

Lasciano case e beni e certezze,

gente mai sazia dei loro possessi,

gente più grande, delusa, inquieta:

dalla Scrittura chiamati sapienti!

Le notti che hanno vegliato da soli,

scrutando il corso del tempo insondabile,

seguendo astri, fissando gli abissi

fino a bruciarsi gli occhi del cuore!

 

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Con oggi si torna ai giorni normali – ma conservando il desiderio e la curiosità del cammino e della ricerca – perchè

Pasqua Epifania tutte le feste si porta via!

Retrospettiva

Oggi ripensavo alla giornata di Natale, così inaspettatamente gioiosa, piena di calore, di sorrisi, di risate, di piatti appetitosi, di crostini preparati tutti insieme in cucina nel caos delle persone e del “nostro” Teo – cane ingombrante ma dolcissimo, impazzito dai profumi che gli arrivavano al naso, che elemosinava con sguardo tenero qualche bocconcino…

Buonissimo l’antipasto, strepitose le lasagne della zia Francesca, eccellente l’arista tenera e succulenta e le patate al rosmarino dello chef Sabina… ma la frutta? Eppure l’avevo presa: clementine, uva e anche due melograni portafortuna…

Vado a vedere in veranda e infatti c’erano le buste di carta piene della bella frutta… mi è scappato un sorriso. Non sarebbe successo se ci fossi stato tu: era la tua passione preparare dei bellissimi vassoi che sembravano quadri, non lo lasciavi fare a nessun altro!

Ecco, anche se in ritardo, ho preparato io il cestino, non so se l’approverai ma ci ho messo tutta la mia buona volontà!

E come ti abbiamo sentito tutti presente e anche divertito a Natale, così ti penso io ora, che magari scuoti la testa… “potevi fare meglio!”

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